venerdì 30 giugno 2017

Trovare la propria voce

Lo spunto per questo post nasce da una recensione dI Michela Murgia, una stroncatura di un fumetto ascoltata un po' di tempo fa a “Le Storie”, il programma di Augias su RaiTre. Ciò che mi ha colpito è stata la motivazione della stroncatura: il difetto del fumetto era che cercava di ammiccare alla critica più impegnata, introducendo nella storia elementi di spessore, filosofici, con il risultato di essere un ibrido poco convincente, non abbastanza originale ma neppure così tradizionale da poter ricevere l'attenzione e l’apprezzamento del pubblico e della critica ortodossi. E infine concludeva con il suggerimento all'autore di non perdersi in questa via di mezzo poco convincente, ma di trovare la propria voce, di essere più originale; questo è stato un tentativo, ma troppo timido per essere degno di nota e di spessore.
E sapete perché non avrà mai i favori della critica impegnata? Perché comunque rimane un “fumetto” e, si sa, un fumetto è roba per ragazzini, una narrazione di serie B. Non c'è niente da fare, chi la pensa così continuerà a pensarla così anche se scrivete la Divina Commedia a fumetti. Quindi inutile cercare di compiacerli perché a loro non piacerete mai!
Mi sovviene un aneddoto di qualche hanno fa quando mio padre ascoltò l'esibizione di Caparezza al concerto del Primo Maggio, seguita subito dopo da un classico della musica italiana, forse De Gregori. Due generi completamente diversi e mio padre commentò: “Questa sì che è una canzone, non come quella di prima: ‘non sono stato io-siete stato voi’... che cazzata!”. Ora, la cazzata in questione era “Non siete Stato voi” di Caparezza. Se si legge il testo, si scopre che tanto cazzata non è; ora, a parte il tema politico condivisibile o meno, la canzone fa un bellissimo gioco di parole tra la frase “non sono stato io” (come a dire, sono innocente) e “non siete Stato voi”, ovvero voi (politici) non siete lo Stato, non lo rappresentate, perché con la vostra corruzione e malaffare lo avete tradito. Il testo è tutt'altro che una cagatina, oltre ad essere un continuo di giochi di parole e doppi sensi che neanche Dante, è una palese critica socio politica, quindi si può dire che questa canzone è decisamente impegnata e strutturalmente complessa. L'altro testo invece era banalotto, né impegnato, né complesso, belle paroline orecchiabili. È vero, se non ascolti le parole, di primo acchito Caparezza sembra che borbotti cose senza senso, può essere persino fastidioso, e può apparire che la canzone sia una roba tipo “sono stato io, no sei stato tu”... insomma una cagatina alla “vengo anch'io - no tu no”. Che è esattamente ciò che è sembrato a mio padre, mentre De Gregori da un punto di vista musicale è decisamente più orecchiabile.
Insomma non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Certo qui c'è anche un ascolto distratto, disattenzione, però se uno pensa che quello che fai è merda di livello inferiore, una robetta leggera, difficilmente riuscirai a convincerlo del contrario per quanto sia “impegnato” il tuo testo. La morale della favola è che non si può scimmiottare un determinato stile/genere sperando di accattivare il pubblico adepto a tale stile/genere, perché intanto rimarrà schifato comunque. Tradotto in soldoni, da un punto di vista letterario, è inutile che in un certo genere pongo elementi mainstream per accattivarmi una fetta di pubblico che solitamente snobba il mio genere (tipico è il fantasy, considerato dai più una stupidata) perché continuerà a snobbarlo comunque. E viceversa rischierai di scontentare i lettori più assidui che troveranno fastidiosa l’introduzione di questi elementi mainstream. Intendiamoci: non voglio dire che se scrivi fantasy non puoi affrontare un tema impegnato e devi solo scrivere favolette per bambini, o che non puoi mischiare più generi tra loro ma devi essere sempre rigido e rigoroso. Tutt'altro, si può osare ma si deve osare fino in fondo. Avere il coraggio di essere originali, di urlare con la propria voce fuori dal coro. Non si possono inserire elementi che si discostano dai canoni solo per strizzare l'occhio a una determinata fascia di pubblico perché il lettore se ne accorge e ne rimane infastidito; la via di mezzo finisce per scontentare tutti. Tantovale stravolgi tutto, osa e cerca di fare qualcosa che nessuno ha mai fatto prima, o almeno non l'ha fatto in quel modo. A molta gente non piacerai per niente ma altri potrebbero impazzire proprio per la tua voce fuori dal coro.

giovedì 25 maggio 2017

Le storie e le riflessioni

Leggendo "Va dove ti porta il cuore" di Susanna Tamaro, meditavo...

Meditavo sulla differenza del modo americano di concepire la letteratura e il nostro.
Quando gli americani parlano di scrittura, letteratura, romanzi, loro parlano di "storie". Capita spesso, se siete avvezzi ai telefilm americani, che dicano frasi come: "vi racconterò la mia storia, fa' la tua storia, queste sono storie da raccontare, non c'è nessuna storia qui, dov'è la storia?" Ciò vale per tutte le forme di narrazione, quindi anche per il cinema e la tv. I vari film e telefilm devono raccontare una qualche storia. Poi può essere più frenetica o intellettuale, quindi una storia d'azione, horror o psicologica o quello che è. Ma comunque una storia.
E ciò è evidente nei manuali di scrittura americani. Sono infarciti di consigli su come raccontare bene la storia, su come rendere più vividi i dettagli, meno noiosa e più comprensibile, fluida e accattivante la narrazione. Tutte cose sagge.
Ma partono tutte da un presupposto: la storia.
E se non si sta raccontando una vera e propria storia?
Ma solo un insieme di fatti, eventi, magari legati da un filo conduttore filosofico, psicologico, emotivo? Penso a libri come "L'eleganza del riccio" o il succitato - ispirazione di questo post - "Va dove ti porta il cuore". Entrambi sono un fluire di pensieri, marcatamente più filosofico il primo, di animo più spirituale-esistenziale il secondo. Fatto sta che entrambi non raccontano storie. E non a caso non sono libri americani.
Tralasciando la realtà francese che conosco meno, ma in Italia questo modo di scrivere mi pare molto diffuso. Qui non alberga tanto il concetto della storia, forse giusto nei romanzi gialli o comunque in quelli di genere, ma è molto diffuso il modo di narrare della Tamaro (non mi riferisco al romanzo epistolare, questo no che non è diffuso), ovvero di raggruppare un insieme di eventi significativi, narrati in prima persona e conditi da riflessioni proprie, più o meno profonde, più o meno banali. In questo caso il fulcro non è più la storia, ma "fare dei discorsi", presentare il proprio pensiero, la propria visione del mondo, far riflettere, suscitare immagini, emozioni, riflessioni, scuotere il pensiero comune; in tutto ciò la storia scompare, gli eventi narrati non sono altro che un pretesto per i discorsi. Non a caso, Bonifacci fa notare come uno dei più grandi problemi che affligge i manoscritti che arrivano alle CE è che non presentano alcuna storia, ma solo una serie di eventi che si susseguono l'uno dopo l'altro. D'altronde la cosa non stupisce, dato che la maggior parte dei libri di formazione è scritta così! Se questo è lo stile adottato da scrittori/scrittrici di successo come la Mazzantini, cosa vuoi che ne sappia un autore alle prime armi che scopiazz prende spunto da ciò che legge per scrivere a sua volta?
Gamberetta ai suoi tempi avrebbe detto: "Questo modo di scrivere FA SCHIFO! Questa è SPAZZATURA! Non si scrive così, cribbio!"
Io sono molto meno drastica.
In realtà non penso che questo modo di scrivere sia così orribile; a seconda di ciò che si vuole narrare, può anche andare bene, come nel testo molto filosofico della Barbery ad esempio. Però appunto dovrebbe essere limitato a particolari tipi di testo, la cosa drammatica è invece che questo tipo di narrazione imperversa, anche quando è palesemente inadatta. Siamo sempre lì: quando si fanno le cose senza cognizione di causa, si fanno un po' alla come capita, senza scegliere consapevolmente un determinato registro piuttosto che un altro. Uno può scegliere di scrivere senza punteggiatura o persino sgrammatico; se vuole perseguire un determinato effetto, allora il fine giustifica i mezzi, anche se non è detto che l'effetto finale riesca nel modo voluto, ma l'autore deve essere consapevole di ciò che sta facendo; invece quando le regole, la forma, la sintassi non sono ignorate per scelta ma per caso, vi assicuro che un occhio esperto lo nota eccome! Perché la scrittura è in modo evidente impacciata, grossolana, claudicante, si percepisce che non c'è progettualità.
Tornando agli americani di cui parlavo all'inizio, riflettevo sul fatto che se prendessimo come oro colato i loro testi di scrittura creativa, tutta la narrazione in stile Tamaro sarebbe da considerarsi spazzatura! Dopotutto è tutto raccontato, che schifo! Invece credo che bisogna avere una visione più ampia della letteratura, considerare altri punti di vista, altri modi diversi del narrare.
Il problema è che: 1. Il concetto di regolamentare la scrittura è americano, in Italia invece imperversa l'ideologia del "ognuno scrive alla come capita" (o alla cazzo di cane, se preferite);
2. Gli americani si concentrano però su consigli su come scrivere storie, non riflessioni.
Ne consegue che non ci sono indirizzamenti, consigli, strategie, regole, bon ton su come sarebbe opportuno scrivere le "non storie". Questi modelli sarebbero utili non solo agli aspiranti scrittori, ma anche a chi recensisce questo tipo di opere, altrimenti se non si hanno linea guida da seguire, secondo me si finisce per scadere nel soggettivo. Ognuno scrive quello che cavolo gli pare in base al famoso senso critico del "mi è piaciuto, non mi è piaciuto" e allora qui siamo tutti recensori, chiunque può dire la sua. E un libro può essere contemporaneamente bellissimo e bruttissimo, a seconda delle corde emotive che va a toccare.

venerdì 23 settembre 2016

INAUGURAZIONE AUDIOBOOKS!

Rieccomi!
Ogni tanto riappaio anche su questo blog!
Dunque, siccome non riesco a stare brava e inerme, in questi giorni ho avuto un'idea e perciò inauguro un nuovo progetto!
Siccome non avevo abbastanza cose da fare, mi imbarcherò anche in questa avventura: il sito LoanAudio!

L'idea per questo sito nasce dal fatto che molti Libri sono davvero introvabili in versione audio, soprattutto in italiano. Si trovano per la maggior parte classici o super best-seller, per il resto la morte. Soprattutto per quanto riguarda il fantasy, il mio genere preferito, non esiste praticamente nulla in italiano (e anche in inglese non è che sia questa pacchia). Perciò ho deciso di fare un favore all'umanità e leggere questi libri per voi! ^_^ 

Leggerò ciò che più mi aggrada, casualmente in quel momento; come ho detto, il mio genere preferito è il fantasy, ma in realtà spazio in tutti i generi quindi troverete un po' di tutto.

A differenza di altri siti, però, io leggerò SU RICHIESTA! Sì, avete capito bene: c'è un libro che desiderate da tanto leggere ma non avete mai tempo? Loana lo legge per voi! ^_^
Richiedetemelo gentilmente e cercherò il più possibile di accontentarvi! :) Non chiedetemi audiolibri che sono già reperibili in rete, anche se a pagamento, perché il mio intento è salvare l'umanità, offrendo un servizio che attualmente non c'è, e non lucrare su lavori già fatti da altri! :)

Gli audiobooks saranno disponibili sia sul mio sito che sul mio canale Youtube
Buon Ascolto!

sabato 23 aprile 2016

Surrealismo e Creatività

Leggendo questo articolo, mi sono scaturite un paio di riflessioni:
1) Ormai ho raggiunto la pace dei sensi e sono d’accordo con Morgan: “sono sempre più disinteressato a lamentarmi di chi produce merce più che libri” inutile criticare le grandi CE, se si vuole fare qualcosa di utile, meglio impiegare quel tempo per creare qualcosa di creativo, usando gli occhi di un bambino che disegna: non lo fa per la fama, per essere pubblicato, ma per dar vita alle immagini che ha dentro. Il vero senso dell’artista è questo: assecondare la voce interiore, la spinta, l’estro creativo. Come da piccola, quando scrivevo solo perché avevo voglia di raccontare una storia, senza secondi fini. Invece questi scrittorucoli che mirano solo a pubblicare e pubblicizzare il proprio “libro” non sono altro che impiegati/segretarie, l’artista è altro. Questi snaturano l’arte dello scrivere che è in primis creatività, ricerca, onestà (nel narrare) facendola diventare un prodottino preconfezionato, una produzione in serie (ma che noia scrivere così!). Be’, io un lavoro un po’ ripetitivo ma che mi piace ce l’ho già, grazie; in più il mio lavoro mi permette di conoscere un sacco di gente, cosa che stare tutto il giorno con il culo seduto a scrivere non mi permetterebbe (e non gioverebbe neppure alla mia linea).
E poi appunto (cosa di cui si parla anche nell’articolo) se proprio vuoi vederti pubblicato, fallo da solo! Tanto l’introito economico e la fama sono gli stessi: almeno puoi decidere autonomamente il titolo e la copertina come piace a te!

2) Alberto: se non si “riesce a far percepire all’utente che il libro ha una marcia in più almeno per un dato aspetto, [...] la narrativa si ridurrà sempre più a prodotto di nicchia.” Ecco, questa una tragedia a cui ha contribuito la scuola americana e tutte le conseguenti derive gamberettiane. Scrivere come se si avesse in mano una telecamera! No, cara, quello si chiama scrivere una sceneggiatura. Non si può competere con il cinema per ciò che lo caratterizza: ovvero il linguaggio cinematografico, perché a livello audiovisivo è ovvio che ha una marcia in più. Il libro si esprime attraverso il linguaggio simbolico, non audiovisivo, quello è prerogativa del cinema, lasciamogliela, restituiamo al libro la sua dignità, la sua peculiarità. Il simbolo può andare oltre ciò che si vede e si sente, oltre i cinque sensi, il simbolo arriva a ciò che si percepisce, ciò che si intuisce, all’astratto, al concetto: è lì che il libro dà il meglio di sé. Ma senza perderci in elucubrazioni teoriche e astratte, in discorsi autocelebrativi che non conducono in alcun dove (che non è affatto il mio stile), questo discorso non è solo speculativo, ma ha una forte implicazione pragmatica; ovvero niente riesce a esprimere meglio la complessità della psiche umana come una narrazione attraverso la scrittura: la profondità di pensiero, le elucubrazioni, l'espressione di meccanismi inconsci danno il meglio di sé solo sulla carta stampata (o digitale). Chi ha letto classici e ha visto film tratti da essi lo sa: quanto perde il film (seppur fatto benissimo) rispetto al libro? Perché non riesce mai a esprimerne la profondità psicologica tanto quanto il testo originale? Perché la psiche non è cervello, non è biologia, la psiche è simbolo, si esprime tramite esso e solo uno strumento che usa lo stesso linguaggio simbolico può veicolarla al meglio. Perciò chi ha seguito bovinamente e, diciamocelo, travisato gli insegnamenti della scuola americana riducendo il libro a “scene di film” (perché in realtà il “mostrare” si riferiva allo drammatizzare le scene, come già ho spiegato qui, ma è stato ridotto tutto,- anche dagli scrittori americani eh, non sono solo i pasticcioni nostrani- a un misero: descrivere dettagliatamente le azioni senza raccontare nulla. Un’idiozia, insomma!) ha ucciso il libro stesso, riducendolo a una brutta copia di film/telefilm. Perché non è la sua natura! Il libro è stato così snaturato del suo punto di forza, ed è ovvio che per leggere libri così, è meglio guardarsi un film: è fatto meglio! Tornando alla frase iniziale di questo capoverso: “far percepire che il libro ha una marcia in più” mi spiace non lo state facendo affatto! Ma perché la maggioranza dei libri attuali, a conti fatti, non ha marce in più! 


3) La libreria “dovrebbe essere un vero centro culturale, vivo, preparato, propositivo”: altro punto su cui sono perfettamente d’accordo. Quasi mi sono emozionata, al pensare alla libreria come centro culturale. Organizzazione di eventi, letture di brani con discussioni, insomma un vero e proprio caffè letterario, un circolo per appassionati... Cosa si potrebbe volere di più. Suppongo che nelle grandi città e le grandi librerie già un po’ lo facciano ma non è abbastanza. Il libro come passatempo non solo individuale, ma anche come momento di aggregazione, dovrebbe essere riscoperto. Ma dove sono finiti quei circoli letterari dove si elaboravano i vari “manifesti” che abbiamo studiato a scuola? Menti davvero artistiche, creative che, scevre dalle logiche commerciali ed editoriali, dissertavano sulla letteratura, sul suo senso, sul suo futuro, su nuove idee: stimolazione e fervido nutrimento per la mente. Be’ forse ora è la MIA fervida fantasia che sta divagando... XD

martedì 24 novembre 2015

Farneticazioni sulla velocità

Ma dico, voi lettori velocissimi dove dovete andare? Perdete il treno? Io sono esagerata dall'altra parte e leggo lentissima, ma a me un libro piace assaporarlo: se c è un passo che mi piace torno indietro e lo rileggo più volte gustandomelo e rivedendo nella mia mente la scena in loop più e più volte per contemplare e godermi le emozioni che suscita  (siano esse orrore, ansia, passione,rabbia...); se ci sono personaggi che mi colpiscono per qualche ragione mi fermo mentalmente a dialogare con loro, sia per insultarli o congratularmi o compiacermi delle loro azioni; per non parlare di quando entro direttamente nel libro e vivo storie alternative al suo interno (sai quanti spin-off col mio alter ego?!) oppure quando semplicemente mi soffermo a fare riflessioni generali e filosofiche che sono scaturite dalla lettura. Insomma diciamo che ho una lettura "interattiva" :P e nel frattempo che leggo una storia ne invento anche altre 2o3!  ;)

martedì 14 ottobre 2014

“Il ladro di sogni”: Premio Andersen 2013


“Chi si loda si imbroda”... Per una volta voglio un po’ imbrodarmi anch’io. Quello che vi posterò è il racconto che ha partecipato al Premio Andersen 2013 (che si svolge ogni anno a Sestri Levante) e che, ovviamente, non ha vinto! 
Ora avevo già partecipato al concorso anni fa, ma con un raccontino che obiettivamente era una cagata pazzesca (per dirla finemente alla Fantozzi): persino mia madre mi aveva detto che: “Bah, insomma... ne hai scritti di più belli.” E quando te lo dice tua madre...
Ma stavolta il brano aveva passato le selezioni famigliari, facendo piangere entrambi i miei genitori.
Quindi vuol dire che, almeno a loro, qualche emozione sono riuscita a trasmetterla.
Insomma, un pochino stavolta ci avevo sperato, e invece...
Ma vi lascio al racconto: buona lettura!



Il ladro di sogni
Sono un ladro di sogni
e te li ruberò piano piano
Uno, due, tre
Non c'è più alcun sogno per te
Quattro, cinque, sei
Dove sono i sogni miei?

Pamela ripiegò il foglietto e lo ripose con un sorriso sopra ai disegni dei paperi Disney. Strano, non mi ricordo assolutamente di questa poesia, pensò, mentre sfogliava i disegni di Zio Paperone, Paperino, Amelia... Tutte creazioni di quando era bambina. Allineò i fogli compiaciuta, era proprio brava a disegnare... Chissà perché poi aveva smesso? Non se lo ricordava più, cosi come non si ricordava di aver mai scritto quella poesia, eppure la calligrafia era proprio la sua.
Rimise il plico di fogli dentro al primo cassetto della scrivania; aveva fatto bene a ritornare nella casa della sua infanzia, una settimana di pausa dal noiosissimo lavoro d'ufficio ci voleva proprio! E quella cameretta in cui aveva vissuto fino all'adolescenza le evocava sempre piacevoli ricordi. Era esattamente come l'aveva lasciata: con i peluche ancora ammucchiati ai piedi del letto.
Si sedette alla scrivania e prese in mano un quadernetto sottile, con la copertina rigida rossa, e lo aprì: vuoto. Conteneva in tutto una decina di fogli completamente bianchi. Non capiva l'utilità di un quadernetto così piccolo, ma non se ne curò e lo richiuse. Si alzò, andò verso il letto e si lasciò sprofondare nel materasso, avvolta dalla trapunta rosa; era così morbida e accogliente... Improvvisamente si rese conto di avere un gran sonno.

Pamela ha sette anni ed è un'apprendista maga. Ha in mano la nuova bacchetta magica che le ha regalato la zia. Con questa nuova bacchetta sarà in grado di fare magie più potenti e apprenderà nuovi incantesimi più velocemente. Da grande diventerà una grande maga a servizio del bene e sconfiggerà i cattivi, in particolar modo il più cattivo e crudele di tutti: il ladro di sogni. Non è un ladro come gli altri, non si aggira di notte vestito di nero con il passamontagna in testa, il ladro di sogni è sempre in agguato, anche di giorno, ma non lo si può vedere perché è invisibile. L'unico modo per sconfiggerlo è proteggere i propri sogni nel cassetto. Pamela si avvicina alla cassettiera argentata: ci sono 10 cassetti viola, ogni cassetto è numerato e contiene un suo sogno. Pamela  punta la bacchetta contro il cassetto numero tre e pronuncia ad alta voce: «Rivela!» E quello si apre: contiene la sua vecchia bacchetta. Diventare una grande maga, è quello il suo terzo sogno nel cassetto. Sorride soddisfatta, guardando la sua nuova bacchetta magica, sa che presto ci riuscirà, il ladro non riuscirà mai a portarle via quel sogno. «Occulta!», dice puntando la bacchetta verso il cassetto tre, e quello si richiude. È sempre pericoloso tenere i cassetti aperti a lungo, il ladro di sogni potrebbe apparire in qualsiasi momento e portarteli via, solo quando sono ben chiusi e protetti dall'incantesimo sono al sicuro.
Punta la bacchetta verso il cassetto numero due, facendolo aprire con la parola magica; contiene un blocco da disegno e delle matite; la piccola Pamela sa che non smetterà mai di disegnare le creature e i luoghi fantastici che ha visto con la sua immaginazione; li mostrerà ai grandi che non li hanno mai visti e a quelli che non se li ricordano più. Richiude il cassetto con un colpo di bacchetta. Punta la bacchetta verso il suo sogno numero uno, il più importante. Sta per pronunciare la parola magica, quando con la coda dell'occhio nota che manca qualcosa.
Il numero sei!
Il numero inciso sul cassetto è sparito. No, non può essere, perché ricorda ancora cosa conteneva, quello è il suo desiderio di… di… Vuoto. Rimosso. Pamela sospira: il ladro di sogni ha colpito ancora. Il giorno del suo compleanno, di nuovo, come l'anno scorso. Lo sapevo, lo sapevo, pensa, dovevo stare più attenta! Ogni anno che passa quel ladro malefico porta via un pezzo. «Ma questa è l’ultima volta!», promette a sé stessa. «Non ti permetterò di rubare ancora!»

Pamela si stropicciò gli occhi: aveva solo un ricordo confuso, eppure era sicura di aver sognato la sua infanzia. Si stiracchiò e si alzò da letto. Passando accanto alla scrivania, notò che il quadernetto rosso era aperto. Strano, pensò, eppure ero convinta di averlo chiuso. Poi vide uno scarabocchio sull'angolo della pagina, in alto a sinistra. Si avvicinò e prese il quaderno in mano: non era uno scarabocchio, ma un quadrato con all'interno il numero uno. Istintivamente si guardò intorno: che qualcuno fosse entrato mentre dormiva? Scosse la testa: no, non aveva alcun senso; perché mai entrare di nascosto e scrivere un numero su un quaderno? Sorrise a quella sciocca congettura: era evidente che il numero c'era già, solo che prima non l'aveva visto, ovvio! Chissà però che significava? Sicuramente era un qualche gioco di cui aveva dimenticato le regole; sorrise con tenerezza ripensando alla sua ingenuità infantile.

La piccola Pamela ha otto anni e ora sa cosa deve fare. La cassettiera non funziona più da quando ha perso la bacchetta, e il ladro diventa sempre più potente, quest'anno sono spariti addirittura due sogni! Il cinque e persino il numero tre, eppure sembra impossibile, le sembrava così importante il 3, ma perché diavolo non riesce a ricordare cos’era? C’è solo un modo per non permettere che i sogni volino via. Apre un quadernetto rosso e inizia a scrivere.
Una donna la sta osservando, si avvicina, «E tu chi sei?», le chiede.
«Sono Pamela!», le risponde, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
«Ti chiami come me.»
La bambina sgrana gli occhi, al colmo dello stupore: «Non mi chiamo come te, io sono te!»
«Cosa? Com'è possibile?»
«Io sono la bambina che è in te, come puoi non riconoscermi?» Il suo viso si fa triste e abbassa lo sguardo. «Non mi conosci più perché ti sei dimenticata di me.»
«Io... Io... Non so... Non credo.»
La bambina le corre incontro aggrappandosi alla sua maglia: «Oh no, ti prego, non lo fare, non dimenticarti di me, ti prego, è l'unico modo che abbiamo per sconfiggere il ladro di sogni.»
«Il ladro di sogni?»
«Si, colui che ce li ruberà tutti quando saremo grandi. Non farlo, non permetterglielo. Oh ti prego, hai promesso che non te ne saresti mai dimenticata, nemmeno da grande. Non puoi farlo vincere, lo hai promesso!» Urla singhiozzando.
Pamela delicatamente abbraccia la piccola.
La bambina si libera dall'abbraccio, poi si asciuga gli occhi con la manica. Alza il faccino verso di lei, guardandola con quegli occhioni umidi: «Oh ti prego, Pamela, non permettergli di vincere, non permettergli di rubare i tuoi sogni, ricordati di me.»

Pamela sbatté gli occhi; aveva i gomiti appoggiati alla scrivania e lo sguardo fisso contro il muro davanti a lei: aveva avuto un’allucinazione, aveva sognato tutto o erano affiorati dei vecchi ricordi? Guardò il quaderno aperto davanti a sé: «No, non è possibile!» Erano comparsi altri due numeri.

Pamela adulta è nel giardino di casa. Poco distante scorge la piccola Pamela, ha circa dieci anni; suo padre la sta rimproverando, poi si gira e se ne va mentre la piccola scoppia in lacrime. Pamela adulta corre verso la piccola urlando: «Non gli credere, non gli credere! So cosa ti ha appena detto, ma non è vero!»
La piccola Pamela sta singhiozzando: «Non diventerò mai…»
«Non è vero, non dargli retta!», la interrompe.
«Invece ha ragione, sono solo stupidaggini», guarda i fogli stracciati ai suoi piedi, «La magia non esiste! E io non diventerò mai una grande maga.»
«E invece no! Si sbaglia, e ora te lo dimostrerò.»
Pamela adulta chiude gli occhi e poco dopo una bacchetta appare nella sua mano.
La piccola sbatte gli occhioni: «Ma quella è…»
«Sì, è la nostra bacchetta magica.»
«Pensavo di averla persa.»
«No, è sempre stata qui con noi, solo che non riuscivamo più a vederla. E ora ti mostrerò un'altra cosa... Il ladro di sogni.»
«Ma è impossibile! E' invisibile!»
«E' qui che ti sbagli, ora so che aspetto ha e te lo mostrerò.»
Pamela adulta punta la bacchetta dritta davanti a sé e dice: «Rivela!» Una scia di fumo bluastro compare davanti a lei e inizia a fluttuare assumendo varie forme: dapprima si materializza l'immagine di suo padre, poi quella di sua madre, poi cambia nuovamente assumendo la forma di suo zio, di alcuni suoi compagni di scuola, insegnanti...
La piccola tira su col naso: «Ma come? Non capisco, cosa c'entrano loro?»
Pamela sorride, affettuosa: «Non ti è chiaro? Il ladro di sogni è formato da tutti coloro che a poco a poco hanno rubato un pezzo di te, infrangendo i tuoi desideri, le tue speranze; è stata un po' ladra tua mamma quando ha buttato via la bacchetta magica dicendo che eri troppo grande per giocarci, è stata un po' ladra la tua compagna di banco Claudia quando ha preferito il disegno di Marco al tuo dicendo che lui era più bravo di te a disegnare (e stato allora che ti sei convinta che non saresti mai diventata una brava pittrice o sbaglio?), è stato un po' ladro quel ragazzino di seconda media, Paolo, per cui avevi una bella cotta, che ha preferito quell'antipatica di Micaela a te (è stato allora che ti sei convinta che era meglio non innamorarsi?), è stato un po' ladro tua papà in questo giardino, quando...

«Nooooo!» Pamela si svegliò di soprassalto, era sudata, rannicchiata nella poltrona con la stampa di Wonder Woman, la sua eroina preferita… il sogno numero 6! Pamela spalancò gli occhi: ora sapeva cosa le aveva detto suo padre quel giorno. Si alzò e corse alla scrivania. Aprì il quadernetto rosso, non era più vuoto, tutti i numeri erano tornati al loro posto e ora ne comprendeva il significato: 6) diventare un’eroina e combattere il male come Wonder Woman, 5) diventare ricca per poter aiutare chi ha bisogno, 3) diventare una grande maga, 2) diventare una pittrice… E poi il numero 1, l'unico sogno che aveva conservato, l'unico a cui si era aggrappata, l'unico legame con la sua infanzia…
Aprì il PC portatile, ora sapeva cosa doveva fare: doveva continuare a raccontare storie fantastiche per far sì che nessuno smettesse mai di sognare. Era il suo sogno numero uno, il più importante: diventare una scrittrice. E quel giorno in giardino suo padre aveva torto: i suoi racconti non erano solo stupidaggini, non erano una perdita di tempo.
Sistemò il portatile davanti a sé e iniziò a scrivere:

Sono un ladro di sogni
e te li ruberò piano piano
Uno, due, tre
Non c'è più alcun sogno per te
Quattro, cinque, sei
Dove sono i sogni miei?

venerdì 19 settembre 2014

Agli editori ritardati


Non per fare polemica, ma...
E invece sì la voglio fare!
Io mi chiedo: gli editori contemporanei nostrani soffrono per caso di ritardo mentale?
No no, non lo dico da invidiosa non pubblicata, ma proprio da psicologa. Il mio è un serio interrogativo accademico.
No perché se si guardano (così, la butto lì, eh!) le classifiche dei libri più venduti,generalmente ai primi posti chi ci troviamo? Oltre al fatto che solitamente sono autori americani o comunque anglosassoni, c’è un “piccolo particolare” che dovrebbe saltare agli occhi anche a menti non particolarmente brillanti... Ovvero che i generi di maggior successo sono quelli incentrati sulle storie, e in particolare storie fantastiche, intriganti, non storie di tutti i giorni; mi riferisco dunque a generi quali thriller, fantasy, etc... (se non erro, tra le classifiche best-seller svettano fantasy e chick-lit)
Dunque mi si spiega perché cazzo le case editrici quando organizzano contest letterari si fissano e fanno sempre vincere quei cazzo di romanzi di formazione di merda?!!
Mi riferisco ad esempio alla Giara o a Masterpiece. E allora che cazzo metti a fare che si accetta “qualsiasi genere letterario”? Scrivi chiaramente che accetti solo sti minchia di romanzi di formazione, possibilmente autobiografici, e sei a posto!
Storie di gay raccontate da uno che, toh!, casualmente è gay; violenza sulle donne narrata da una che ovviamente le buscava dal marito, ecc. ecc. ecc. ecc...
Io non sono per la “discriminazione di genere” (letterario), non credo nel genere di serie A e quello di serie B, ma se devo ammetterlo, l’unico genere che mi sta davvero in culo è quello autobiografico, per il semplice fatto che una volta che hai scritto la tua storia, che cazzo scrivi? Per me non sei davvero uno scrittore se non sei in grado di inventarti una storia!
O dovrei forse pensare che Calvino fu davvero dimezzato da una palla di cannone? O che Stevenson riuscì davvero ad evocare il suo io malvagio?
Ecco, ci siamo capiti.
Quindi in sintesi gli editori: 
- non possono certo scegliere questo tipo di “scrittori” per un investimento futuro, visto che sono i meno affidabili, dato che una volta raccontata la loro vita, presumibilmente non avranno altro da raccontare (forse la storia della zia, del nonno, del vicino? Bah...)
- né tantomeno per la dura&cruda legge del denaro, visto che come abbiamo visto non sono neppure i generi più redditizi (no, neppure qui in Italia, di cultura tradizionalmente non fantastica, questi generi spopolano, tant’è vero che in cima alle classifiche svettano sempre gli stranieri!) 
Quindi?
Perché questa scelta insensata?
BAH...