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sabato 15 agosto 2020

CASTELLO INCANTATO TRASLOCA!

 Sì, è proprio come dice il titolo!

Questo blog rimarrà attivo per i vecchi articoli, ma quelli nuovi li troverete nel nuovo sito (che in realtà era quello "vecchio" ;) 

Loana Fantasy

Nel sito che è stato restaurato, ora sono conversi i 3 siti/blog: il vecchio Loana Fantasy, Castello Incantato e LoanAudio.

Per praticità, tutti in UNICO POSTO!

Vi aspetto di là! 

--> VAI A LOANA FANTASY SUBITO!

venerdì 30 giugno 2017

Trovare la propria voce

Lo spunto per questo post nasce da una recensione dI Michela Murgia, una stroncatura di un fumetto ascoltata un po' di tempo fa a “Le Storie”, il programma di Augias su RaiTre. Ciò che mi ha colpito è stata la motivazione della stroncatura: il difetto del fumetto era che cercava di ammiccare alla critica più impegnata, introducendo nella storia elementi di spessore, filosofici, con il risultato di essere un ibrido poco convincente, non abbastanza originale ma neppure così tradizionale da poter ricevere l'attenzione e l’apprezzamento del pubblico e della critica ortodossi. E infine concludeva con il suggerimento all'autore di non perdersi in questa via di mezzo poco convincente, ma di trovare la propria voce, di essere più originale; questo è stato un tentativo, ma troppo timido per essere degno di nota e di spessore.
E sapete perché non avrà mai i favori della critica impegnata? Perché comunque rimane un “fumetto” e, si sa, un fumetto è roba per ragazzini, una narrazione di serie B. Non c'è niente da fare, chi la pensa così continuerà a pensarla così anche se scrivete la Divina Commedia a fumetti. Quindi inutile cercare di compiacerli perché a loro non piacerete mai!
Mi sovviene un aneddoto di qualche hanno fa quando mio padre ascoltò l'esibizione di Caparezza al concerto del Primo Maggio, seguita subito dopo da un classico della musica italiana, forse De Gregori. Due generi completamente diversi e mio padre commentò: “Questa sì che è una canzone, non come quella di prima: ‘non sono stato io-siete stato voi’... che cazzata!”. Ora, la cazzata in questione era “Non siete Stato voi” di Caparezza. Se si legge il testo, si scopre che tanto cazzata non è; ora, a parte il tema politico condivisibile o meno, la canzone fa un bellissimo gioco di parole tra la frase “non sono stato io” (come a dire, sono innocente) e “non siete Stato voi”, ovvero voi (politici) non siete lo Stato, non lo rappresentate, perché con la vostra corruzione e malaffare lo avete tradito. Il testo è tutt'altro che una cagatina, oltre ad essere un continuo di giochi di parole e doppi sensi che neanche Dante, è una palese critica socio politica, quindi si può dire che questa canzone è decisamente impegnata e strutturalmente complessa. L'altro testo invece era banalotto, né impegnato, né complesso, belle paroline orecchiabili. È vero, se non ascolti le parole, di primo acchito Caparezza sembra che borbotti cose senza senso, può essere persino fastidioso, e può apparire che la canzone sia una roba tipo “sono stato io, no sei stato tu”... insomma una cagatina alla “vengo anch'io - no tu no”. Che è esattamente ciò che è sembrato a mio padre, mentre De Gregori da un punto di vista musicale è decisamente più orecchiabile.
Insomma non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Certo qui c'è anche un ascolto distratto, disattenzione, però se uno pensa che quello che fai è merda di livello inferiore, una robetta leggera, difficilmente riuscirai a convincerlo del contrario per quanto sia “impegnato” il tuo testo. La morale della favola è che non si può scimmiottare un determinato stile/genere sperando di accattivare il pubblico adepto a tale stile/genere, perché intanto rimarrà schifato comunque. Tradotto in soldoni, da un punto di vista letterario, è inutile che in un certo genere pongo elementi mainstream per accattivarmi una fetta di pubblico che solitamente snobba il mio genere (tipico è il fantasy, considerato dai più una stupidata) perché continuerà a snobbarlo comunque. E viceversa rischierai di scontentare i lettori più assidui che troveranno fastidiosa l’introduzione di questi elementi mainstream. Intendiamoci: non voglio dire che se scrivi fantasy non puoi affrontare un tema impegnato e devi solo scrivere favolette per bambini, o che non puoi mischiare più generi tra loro ma devi essere sempre rigido e rigoroso. Tutt'altro, si può osare ma si deve osare fino in fondo. Avere il coraggio di essere originali, di urlare con la propria voce fuori dal coro. Non si possono inserire elementi che si discostano dai canoni solo per strizzare l'occhio a una determinata fascia di pubblico perché il lettore se ne accorge e ne rimane infastidito; la via di mezzo finisce per scontentare tutti. Tantovale stravolgi tutto, osa e cerca di fare qualcosa che nessuno ha mai fatto prima, o almeno non l'ha fatto in quel modo. A molta gente non piacerai per niente ma altri potrebbero impazzire proprio per la tua voce fuori dal coro.

venerdì 19 settembre 2014

Agli editori ritardati


Non per fare polemica, ma...
E invece sì la voglio fare!
Io mi chiedo: gli editori contemporanei nostrani soffrono per caso di ritardo mentale?
No no, non lo dico da invidiosa non pubblicata, ma proprio da psicologa. Il mio è un serio interrogativo accademico.
No perché se si guardano (così, la butto lì, eh!) le classifiche dei libri più venduti,generalmente ai primi posti chi ci troviamo? Oltre al fatto che solitamente sono autori americani o comunque anglosassoni, c’è un “piccolo particolare” che dovrebbe saltare agli occhi anche a menti non particolarmente brillanti... Ovvero che i generi di maggior successo sono quelli incentrati sulle storie, e in particolare storie fantastiche, intriganti, non storie di tutti i giorni; mi riferisco dunque a generi quali thriller, fantasy, etc... (se non erro, tra le classifiche best-seller svettano fantasy e chick-lit)
Dunque mi si spiega perché cazzo le case editrici quando organizzano contest letterari si fissano e fanno sempre vincere quei cazzo di romanzi di formazione di merda?!!
Mi riferisco ad esempio alla Giara o a Masterpiece. E allora che cazzo metti a fare che si accetta “qualsiasi genere letterario”? Scrivi chiaramente che accetti solo sti minchia di romanzi di formazione, possibilmente autobiografici, e sei a posto!
Storie di gay raccontate da uno che, toh!, casualmente è gay; violenza sulle donne narrata da una che ovviamente le buscava dal marito, ecc. ecc. ecc. ecc...
Io non sono per la “discriminazione di genere” (letterario), non credo nel genere di serie A e quello di serie B, ma se devo ammetterlo, l’unico genere che mi sta davvero in culo è quello autobiografico, per il semplice fatto che una volta che hai scritto la tua storia, che cazzo scrivi? Per me non sei davvero uno scrittore se non sei in grado di inventarti una storia!
O dovrei forse pensare che Calvino fu davvero dimezzato da una palla di cannone? O che Stevenson riuscì davvero ad evocare il suo io malvagio?
Ecco, ci siamo capiti.
Quindi in sintesi gli editori: 
- non possono certo scegliere questo tipo di “scrittori” per un investimento futuro, visto che sono i meno affidabili, dato che una volta raccontata la loro vita, presumibilmente non avranno altro da raccontare (forse la storia della zia, del nonno, del vicino? Bah...)
- né tantomeno per la dura&cruda legge del denaro, visto che come abbiamo visto non sono neppure i generi più redditizi (no, neppure qui in Italia, di cultura tradizionalmente non fantastica, questi generi spopolano, tant’è vero che in cima alle classifiche svettano sempre gli stranieri!) 
Quindi?
Perché questa scelta insensata?
BAH...

martedì 2 aprile 2013

Italiani: quel popolo di Geni Incompresi™


Molti si lamentano (per verità, a ragione) che le grandi case editrici sono formate da incompetenti e sono schiave del marketing e della corsa al bestseller e quindi i “Veri Talenti™“ rimangono nell’anonimato o sono pubblicati solo da case editrici minori. Fermo restando il primo punto si cui sono d’accordissimo (l’incompetenza degli editori), sugli altri concetti avrei qualche rimostranza da fare. Innanzitutto sfatiamo questa leggenda che le CE minori sono di qualità maggiore delle grandi: io tutta questa presunta qualità superiore non l’ho mai vista, anzi, spesso la spazzatura e l’incompetenza degli editor regnano sovrane ancor più che nelle grandi CE. Poi OK ci sono le eccezioni, ma quelle esistono anche nelle big: anche loro ogni tanto, per sbaglio, ne imbroccano uno.
E allora mi viene un attimo un dubbio sulla presunta talentuosità degli autori inediti: siamo sicuri che l’Italia sia piena di geni della letteratura incompresi? 
Ne dubito.
Il mio sospetto è che in media gli scritti pervenuti facciano davvero SCHIFO! E mi riferisco alle opere scritte almeno in un italiano decente, quelli che scrivono sgrammaticati nemmeno li calcolo (purtroppo c’è pieno anche di questi fenomeni). Il problema di coloro che almeno scrivono in un italiano leggibile non è tanto il talento, ma è l’atteggiamento nei confronti della scrittura. Sì perché il talento, qualora presente, VA EDUCATO! Il diamante grezzo non vale un granché; bisogna lavorare ed esercitarsi sulla propria scrittura per trasformare il talento grezzo in un’opera preziosa.
Ma questo in Italia raramente avviene. Perché?
Prendiamo il caso degli americani: caso strano la maggior parte dei bestseller sono i loro e sono loro spesso a dettare le mode mondiali. Come mai? Non è solo una questione di esterofilia e di pregiudizio positivo riguardante gli anglosassoni, ma se analizziamo le opere, in media (perché anche qui esistono le dovute eccezioni, ovviamente)sono qualitativamente superiori. 
Perché questo? Sono più talentuosi gli anglosassoni? E’ una questione genetica?
Non credo proprio!
Il fatto è che gli anglosassoni hanno un atteggiamento differente verso la scrittura, non scrivono “a caso” o “seguendo l’istinto”, come pare andar tanto di moda qua da noi, ma frequentano scuole di scrittura creativa! E questo lo posso tranquillamente affermare senza leggere le loro biografie.
Come faccio a dirlo? Sono un’indovina?
Purtroppo non ancora... :/
Il mio alter ego in Sims3 spera presto di raggiungere il top della carriera da indovina.

Senza poteri soprannaturali, mi basta leggere un romanzo americano e vi assicuro che la cosa è evidente. Perché se usate uno stile trasparente, be’... “TRASPARE” dal romanzo, non c’è niente da fare. Un occhio disinformato è probabile che non colga gli accorgimenti impiegati dall’autore e che non si renda conto della tecnica adottata, ma questi non sfuggono a un occhio preparato. Diventa proprio una deformazione professionale: si vede subito (anzi, si legge) che l’autore è competente e adotta una tecnica di scrittura consapevolmente.
Lo stesso non si può dire degli italiani, dove è altrettanto evidente che gli autori adottano la tecnica “alla come capita” se siamo fortunati, sennò è proprio “alla ca**o di cane”!
Non solo, ma in Italia ci sono dei Geni™ come Roberto Cotroneo che scrivono addirittura manuali di scrittura, pur essendo loro stessi incompetenti in materia [dagli esempi che fa nel libro è evidente che non sa gestire il POV (ovvero il punto di vista del narratore che cambia persino all’interno di uno stesso periodo, producendo un effetto fastidioso nel lettore perché perché non si capisce chi pensi cosa), anzi è probabile che non sappia nemmeno cosa sia]. Per non parlare di quell’altro genio che addirittura apre una scuola di scrittura a Torino, pur scrivendo frasi di una banalità imbarazzante (sulla sua competenza a livello di scrittura creativa non mi ci metto nemmeno perché è come sparare sulla croce rossa). Ora, visto lo stato penso dei “Geni Compresi” posso solo immaginare come siano quelli “incompresi”. 
Ma il fatto è che neppure io prendo come oro colato tutto ciò che insegna la scuola americana perché secondo me ci sono degli assunti che andrebbero riveduti, anche perché, pur scrivendo secondo le regole di scrittura, non sempre si ottengono dei risultati di qualità e viceversa.
Si deduce che c’è ancora molta strada da fare: i consigli delle scuole di scrittura creativa sono preziosissimi ed evitano gli errori più banali da principianti, ma da soli NON BASTANO! 
C’è ancora molto da dire sulla narratologia e l’Italia potrebbe fare la sua parte; il problema è che NON PUO’ partecipare al discorso perché è IGNORANTE in materia (e come ci insegna una delle Buone Regole di scrittura: non parlare di ciò che non sai!). Quindi quando gli “Esperti del Settore” parlano, dicono cazzate perché non sono competenti e discutono sul nulla, senza affrontare in modo costruttivo alcuni noccioli della questione che secondo me rimangono insoluti (vedi il problema razionalità vs emozioni e il già citato tecnica vs qualità).
Ma prima di smontarle, le regole le devi conoscere: Picasso ha studiato la prospettiva prima di stravolgerla. 
Lo Scrittore Italiano™ crede di essere dedito al Cubismo e non si accorge che fa solo scarabocchi!


         


domenica 19 agosto 2012

Il mio (e non solo!) punto di vista sul fantasy

Prendo spunto da questo articolo trovato in rete: […] la mia impressione è che la letteratura per ragazzi in Italia abbia bisogno di un respiro lungo e profondo. Penso che abbia necessità di spazi ampi e nuovi, più liberi e più coraggiosi, dove non si fa il libro da vendere, ma il libro da leggere. […] Spazi di creatività senza limiti e senza censure, […] dove i colori abbiano infinite sfumature e la musica non riecheggi la canzonetta di successo […]
Inutile dire che condivido in pieno, è un po’ il mio pensiero - che ho diluito in vari articoli su questo blog – sintetizzato in un unico post. Peccato che Aquilino, l’autore, non dia modo di commentare l’articolo, perciò scrivo qui il mio commento: bravo, bravo! Sono perfettamente d’accordo su tutto e condivido al 100% la tua visione della letteratura, soprattutto riguardo al fantasy/fantastico e al riferimento che fai sulla letteratura minore:
Non è letteratura minore.
Non fa letteratura solo chi scrive circondato da dizionari o chi più che comunicare intende esibire la propria scienza; e nemmeno solo chi racconta piccole cose di piccoli uomini di piccole province o chi si prefigge di scandalizzare o chi vuole redimere o chi asseconda le richieste del potere civile e religioso […]
 Finalmente qualcuno che si eleva con intelligenza al di sopra della spocchia di molti critici/letterati, che mi indispongono con le loro stupidità sulla Letteratura Alta, così come mi indispongono le Case Editrici con le loro becere operazioni commerciali, che non hanno nessun rispetto della letteratura, e il libro è solo un oggetto come un altro, l’aspetto fondamentale è che sia “vendibile”, “alla moda”, anche se fondamentalmente inutile!
CHE SCHIFO!
E allora per forza che poi troviamo commenti di critici che dicono basta alle trilogie fantasy, ai maghi draghi e “cagate” varie… E in un certo senso, non si può dargli torto finché le case editrici non faranno altro che pubblicare immondizia confezionata spacciandola per “romanzo fantasy”… Ma questa non è letteratura fantasy, questo è un INSULTO al vero fantasy, alle enormi potenzialità, gioie, emozioni che questo genere può dare.
Ma purtroppo l’equazione FANTASY = CRETINATE è diventata vera, ma non perché il genere sia cretino in sé, ma perché le CE lo hanno reso tale con la loro politica commerciale di merda; sminuendolo e svuotandolo della sua componente più bella: la creatività assoluta, l’immaginazione senza confini, la capacità di vedere oltre…
E ancora una volta non posso che dire BRAVO ad Aquilino perché mi fa emozionare quando mi ricorda il motivo per cui scrivo: ovvero creare…
  Storie complesse, profonde, umane, ricche, appassionanti e coinvolgenti, che emozionino e stupiscano, che parlino al lettore guidandolo a riconsiderare la propria visione del mondo, incantandolo e mettendolo in crisi, aprendolo a nuove prospettive, accompagnandolo nella visita a mondi nuovi che possa confrontare con il proprio, invogliandolo ad aprirsi sempre di più alla lettura, all'emozione, al sublime, al pensiero, alla consapevolezza.
Presuntuosa?
Forse sì.
Ma questa sono IO.

sabato 19 novembre 2011

Cosa sto facendo?

Magari non ve ne frega niente, ma io ve lo dico lo stesso. ;)

Allora dopo aver completato il mio paranormal romance, credete che me ne stia con le mani in mano?

No, tutt’altro.

Oltre ad aver inviato il manoscritto alle case editrici, ho contribuito allo scempio della letteratura contemporanea scrivendo altri romanzi.




Tsk! Grazie della fiducia.

No, non sto scrivendo un altro capitolo della saga in 15 volumi, né un altro libro su vampiri, licantropi e affini, e se aveste letto il mio sito lo sapreste.

Angels romance è un’opera senza alcuna pretesa, scritta più che altro per esercitazione. I libri a cui tengo sono altri.

Innanzitutto c’è il romanzo di narrativa che sto ultimando adesso, ma di cui non dirò nulla perché ho intenzione di inviarlo al concorso La Giara. Peraltro è poco rilevante per questo blog perché non è fantasy, ma solo leggermente soprannaturale.

Io però sto fremendo perché non vedo l’ora di dedicarmi anima e corpo ad altri due progetti che ho in testa e non vedo l’ora di realizzare. Sono La moglie dello stregone e l’opera provvisoriamente intitolata Chicago gangster (ehm, questo è un titolo abbastanza idiota, lo so, ma diciamo che azzeccare i titoli non è precisamente un mio talento... E cmq quello che conta è la sostanza).

Per ulteriori informazioni riguardo a questi due futuri capisaldi del fantasy...pastedGraphic_1.pdf


Umpf, dicevo, per ulteriori informazioni, rimando alle rispettive pagine del mio sito.


domenica 13 novembre 2011

Urban fantasy = Horror

Purtroppo è un’equazione che ho riscontrato un po’ troppo spesso nel panorama fantasy italiano (ma mi pare che anche all’estero ci sia la stessa tendenza). Voglio dire, se togliamo i romanzi alla Meyer e gli autori stile Troisi (leggi: alla cazzo di cane) e ci spostiamo verso gli scrittori più talentuosi del panorama fantastico italiano (penso ad esempio a Tarenzi e Dimitri) ecco che l’equazione di cui sopra, ovvero urban fantasy = horror, diventa la norma.

Non mi piace questa tendenza, anche perché rappresenta un limite del genere. A me l’urban fantasy piace tantissimo, ma sinceramente di squartamenti & affini ne faccio volentieri a meno. Io non disdegno l’horror per partito preso, anch’io ogni tanto ne ho letto e apprezzato alcuni, però insomma se leggo un urban fantasy mi piacerebbe sprofondare in un mondo fantastico, trovarmi immersa nella magia, evadere in un luogo incantato, piacevole ed entusiasmante, non angosciante e terrificante. Gente torturata, bruciata viva, sacrifici umani e animali, crudeltà di vario genere, cinismo a gogò, razzismo, sessismo e xenofobia imperante.

E basta!

Bastaaaa!

Il mondo è già tanto brutto di suo, almeno nella fantasia lasciatemi quietare. Per ritrovarmi catapultata in un mondo del genere, tanto vale me ne sto a casa.

Va bene la verosimiglianza, ma non è che per forza si deve ricreare un mondo così socialmente identico al nostro per renderlo verosimile; sta anche qui l’abilità, la sfida: creare una realtà sociale diversa dalla nostra ma allo stesso tempo credibile.

Forse che lo scopo sia mettere in luce le atrocità della nostra società? Va bene, ma lo si può fare anche proponendo un modello positivo, un’alternativa; anzi, il fantasy è l’unico genere che lo permette, perché se voglio scrivere una storia di protesta contro la guerra, l’unico modo è mostrare le atrocità della guerra, ma nel fantasy no, ho un’altra chance: posso creare l’alternativa, posso creare il mondo come potrebbe essere se non ci fossero le malvagità a infestarlo, un mondo più equo e giusto, un mondo con valori diversi dai nostri. Un modello positivo di vita a cui ispirarsi, a cui ambire. E’ l’alternativa sociale del bonobo vs scimpanzé.

Comunque ho tergiversato. Al di là della funzione sociale, educativa, illuminatrice, biblica del romanzo, rimanendo su un versante più terra terra di semplice intrattenimento, ribadisco che insistere troppo sull’aspetto cruento del fantasy per adulti(1), al di là dei gusti personali, è comunque un limite perché è un’interpretazione parziale delle potenzialità di questo genere.



(1)Ovviamente il panorama fantastico per bambini è ben diverso, ma qui non sto parlando di Annetta che passeggiando nel bosco si ritrova in un mondo incantato di fragole e panna. Mi riferisco al fantasy per adulti che implica una certa serietà, coerenza, caratterizzazione dinamica e sfaccettata di personaggi, profondità e complessità dei temi trattati...

mercoledì 9 novembre 2011

Ho scritto il mio primo (e unico) libro e pretendo di essere pubblicato!!




Direi che questa asserzione rispecchia il pensiero della maggior parte degli scribacch... ehm, scrittori emergenti. E’ facile imbattersi in blog che affermano che l’unico modo per un esordiente di pubblicare è a pagamento o per raccomandazione.

In parte è vero, ma analizziamo meglio questo enunciato.

Innanzitutto occorre chiedersi il perché.

Perché volete essere pubblicati?

Volete diventare ricchi (e famosi).

Volete fare gli scrittori di professione (o come seconda professione).


Nel primo caso --> siete degli idioti!!

Ci sono metodi ben più efficaci per tentare la fortuna. Solo una minima parte degli scrittori diventa ricca (e ancor meno al primo colpo), in questo caso è solo una questione di culo: il romanzo può diventare un bestseller per i motivi più disparati (la ragazza sulla copertina assomiglia a Jessica Alba, il libro è di colore fuxia, oppure qualcuno lo ha lanciato in testa a Fabrizio Corona). E allora perché sprecare tempo a scrivere un libro? Ci sono metodi meno impegnativi e più redditizi per tentare la fortuna, come il superenalotto, le lotterie, i gratta&vinci, vi costa anche meno che stampare il manoscritto e le probabilità di vincita sono le stesse.

Inoltre eviterete di intasare le case editrici con la vostra spazzatura.

Mettetevi una mano sulla coscienza!


No, non ci siamo capiti: non dovete comprare il libro di Corona, ma dovete tirarglielo in testa


Nel secondo caso --> siete pazzi... o forse no?

Se avete davvero passione per la scrittura, c’è qualche probabilità in più che abbiate scritto qualcosa di decente e addirittura originale, specialmente se avete prima letto un po’ di manuali di narratologia (sennò vi consiglio di farlo) e se leggete molti libri del vostro genere (cosa che dovrei dare per scontata, visto che siete appassionati, ma non lo è affatto).

Ma la qualità non garantisce affatto la pubblicazione. Le case editrici prediligono soprattutto la commerciabilità di un’opera piuttosto che la sua qualità. Mondadori va sul sicuro: pubblica autori conosciuti/raccomandati o traduzioni di bestseller stranieri.

E allora hanno ragione quelli che sostengono che l’unica strada è a pagamento?

NO! Affatto!

Le case editrici minori non sono buone, ma siccome quelli più famosi e remunerativi se li è già presi tutti la Mondadori, loro per forza di cose dovranno puntare sugli sconosciuti.

Non esistono solo Mondadori & C, ci sono un sacco di altre case minori non a pagamento. E se davvero aveste passione per la scrittura le conoscereste. Conoscereste quelle che pubblicano il vostro genere perché avreste letto i loro libri.

Quindi, se non ne conoscete nessuna, fatevi due domande.




Ora che avete trovato le risposte, rimane comunque il fatto che neppure le piccole puntano con fiducia sulle nuove scommesse alternative, anche loro prediligono il criterio commerciabilità e poi semmai talento.

Ma voi volete diventare dei veri scrittori, giusto?

Allora va da sé che non potete avere in testa un solo (l’unico)libro, ma avrete altre idee (sennò anche in questo caso fatevi delle domande). Quindi, mentre attendete risposta dalle case editrici, scrivete altri libri e, se davvero avete talento, prima o poi verrà fuori; sì perché prima o poi, anche per sbaglio, un libro che è in sintonia con la linea editoriale del momento lo scriverete. Magari non diventerete ricchi, ma avrete buone probabilità di essere pubblicati.

E se nemmeno così funziona, fatevi l’ultima domanda:

Esistono tanti mestieri a questo mondo, non è che devo fare per forza lo scrittore, no?

martedì 8 novembre 2011

Sono indignata!

Esattamente. E’ proprio così che mi sento: sono indignata!!

La settimana scorsa, per mia sfortuna, capitando su questo blog, ho letto una cosa di cui avrei fatto volentieri a meno. Ho scoperto che una demente (di cui non voglio fare il nome perché non intendo farle ulteriore pubblicità) è stata pubblicata da una grossa casa editrice. Questa cosa di per sé non sarebbe così scandalosa, perché la suddetta casa editrice è tristemente famosa per pubblicare manoscritti dementi, soprattutto di autori raccomandati o purtroppamente famosi.

Ma la cosa squallida più di tutte è che la deficiente in questione non aveva neppure scritto un manoscritto di sua iniziativa, ma è stata invitata a farlo da un affermato “talent scout” della Casa Editrice. Ora, passi che pubblichino i raccomandati, non dico bravi, ma almeno alfabetizzati, ma che addirittura pubblichino una semianalfabeta che non era neppure intenzionata a scrivere, mi pare una sonora presa per i fondelli. Con tutti gli autori esordienti che poverini inviano i manoscritti e non vengono neppure letti, ci prendiamo la briga di pubblicare una tale analfabeta ritardata?

Ma davvero?

Ora capisco che molti manoscritti che arrivano alla Casa sono ai livelli di quella cretina, ma non credo che siano tutti così, qualcuno decente ci sarà sicuramente.


venerdì 5 agosto 2011

Pensiero profondo n° 2bis: la vera Letteratura è noiosa

Ecco una dicotomia che ho sempre odiato: Letteratura impegnata vs letteratura divertente.
Avevo già accennato questo argomento parlando della critica emozionale, ma oggi vorrei approfondire questo discorso.
Il titolo di questo post è un riferimento non troppo velato a "L'eleganza del riccio"di Muriel Barbery, che stavo leggendo ieri. Ed è la frase seguente che mi ha suscitato queste riflessioni.

Cit: Per molto tempo ho ritenuto una fatalità che la settima arte fosse bella, potente e soporifera e che il cinema di intrattenimento fosse frivolo, piacevole e sconvolgente.

Perché si continua a sostenere che i romanzi piacevoli/divertenti devono essere per forza superficiali? E di riflesso le letture impegnate devono essere per forza narrate con una prosa ricercata e noiosa?

Ma chi l'ha detto?

La profondità nei temi trattati non deve accompagnarsi per forza a noia narrativa. Il contenuto deve essere "pesante", non lo stile. Un messaggio infatti è meglio veicolato se viene trasmesso in modo accattivante. Se mi annoio a pag.5 dubito che potrò trovare interessante le riflessioni di pag.50, visto che probabilmente chiuderò il libro prima.

E' ben radicato il preconcetto che se si vuole affrontare una lettura impegnativa bisogna essere disposti a farsi frantumare i maroni pagina dopo pagina.
Chissà perché poi la gente legge così poco?
E chissà perché i giovani non sono interessati alla narrativa? o_O
Già, un vero mistero che i giovani non siano disposti ad annoiarsi per centinaia di pagine. Gioventù bruciata!!

Io invece sostengo che tanto più il contenuto è impegnativo, tanto meno lo deve essere la prosa. Ciò non significa ovviamente scrivere con superficialità, ma scrivere in modo fresco, scorrevole, accattivante, e anche semplice; sì perchè se voglio che il mio messaggio/la mia storia raggiunga più persone possibili, devo fare in modo che risulti comprensibile alla maggior parte del pubblico (perciò è assolutamente controproducente adoperare termini in disuso dal 1708).

Nel cinema l'archetipo di questa mia posizione è ben sintetizzato ne "La vita è bella" di Benigni, dimostrazione di come un film riesca ad essere piacevolmente tragico. Uno degli argomenti più drammatici della nostra storia - l'olocausto - trasposto in modo non solo divertente, ma addirittura comico. Senza per altro mai sminuire l'importanza e la gravità del tema; anzi, la ridicolizzazione di alcuni comportamenti ne amplifica la tragicità.

lunedì 23 maggio 2011

La critica emozionale

Scrivo questo post, anche se non so se nessuno lo leggerà mai, perché le visite qui credo che siano piuttosto scarse, se non assenti (o cmq anche se qualcuno è mai passato di qua, non ha mai commentato).

Vorrei solo riflettere su alcuni argomenti che riguardano la critica. Mi riferisco alla critica letteraria in particolare, ma il concetto può essere esteso anche a quella musicale e via dicendo. C'è una vaga consapevolezza che la vera critica sia assente (quando parlo di vera critica mi riferisco a quella disinteressata e imparziale; quella attuale non è altro che mera pubblicità finanziata dalle case editrici/discografiche/cinematografiche), ma nonostante alcuni lo facciano notare, nessuno fa niente per cambiare, o meglio, nessuno propone valide alternative. L'unica che sta facendo qualcosa, nell'ambito della narrativa fantastica, è Gamberetta col suo blog dei gamberi. Lei ha fatto ciò che un critico deve fare: ha esplicitato le regole che sono alla base delle sue recensioni. Definito il metodo, lo ha usato.

Innanzitutto un primo dubbio: esiste anche nella musica/cinema/altro qualcuno o qualche sito/blog che faccia un lavoro del genere? Ovvero critiche suffragate da un corpus teorico ben definito e esplicitato?

Questa riflessione parte da un avvenimento di ieri: cercando una recensione musicale dell'album dell'Aguilera, sono incappata in un sito in cui il recensore era accusato di essere stato troppo di parte e la recensione non era per nulla obiettiva. Al che il tizio rispondeva che le recensioni sono sempre soggettive. Stiamo parlando di recensioni, non di opinioni. Se le recensioni sono così soggettive, che senso ha farle? Allora chiunque di noi può erigersi a critico. Io non capisco un'acca di musica, ma anch'io so benissimo dire se un album mi è piaciuto o meno e perché. E allora? Mi metto a fare il critico? No. Perché io sono convinta che bisogna conoscere ciò di cui si parla per poterlo criticare. Una volta assunto questo principio, occorre però mettersi d'accordo su quali criteri usare. E qui torniamo per un attimo al discorso della letteratura. Gamberetta, dicevo, ha posto paletti chiari riguardo ai criteri adottati nelle sue recensioni. E non solo: questi criteri non se li è inventati di sana pianta, ma sono suffragati da manuali e manuali di scrittura, in cui è riportato chiaramente il perché adottare certe regole nello scrivere aiuti a stendere un romanzo decente. E fin qui, tanti punti di merito a Gamberetta. Sono perfettamente d'accordo con il suo metodo e le sue regole. Ma c'è ancora un passo da fare. Le sue recensioni si basano su criteri razionali, oggettivi (o perlomeno presunti tali), ma la maggior parte delle scelte dell'essere umano sono dettate da azioni irrazionali, o se preferiamo, dettate dalle emozioni. Il successo di molti libri (non mi riferisco alle copie vendute, che dipendono da altri fattori, quali la pubblicità o popolarità dell'autore, ma all'apprezzamento ricevuto dal pubblico) si spiega proprio tenendo in considerazione le emozioni suscitate. Non è un caso che le Mary Sue preannuncino il successo di un'opera.

Ora riflettiamo sulle emozioni. Qual è la posizione che decidiamo di assumere in merito?

A) Sono soggettive, quindi non misurabili, quindi non criticabili -> non possono essere incluse in una recensione, la quale dovrà fondarsi solo su criteri oggettivi e razionali;

B) le emozioni hanno un valore, sono parte fondante della vita umana, devono essere considerate. Questo ovviamente è il punto di vista più problematico. Solleva non pochi dilemmi: è possibile valutarle in qualche modo? Ha senso? Oppure bisogna semplicemente prenderle in considerazione senza alcun giudizio di merito? In questo caso ci sarebbe solo un modo per calcolare il valore emozionale di un'opera: a più gente ha suscitato emozioni positive/è piaciuto, più vale.

Parrebbe quasi una contraddizione: io stessa ho iniziato inveendo contro il critico musicale che usava criteri soggettivi e ora mi ritrovo a parlare di emozioni soggettive e irrazionali. Allora aveva ragione lui? No, io non ho detto che le recensioni devono essere soggettive, ma che in esse bisogna tener conto della soggettività umana. Dico questo perché vorrei scongiurare l'arroccamento degli intellettuali: troppo spesso infatti al successo popolare si contrappone la critica intellettuale. Io vorrei che si superasse questa dicotomia. Perché troppo spesso ciò che è popolare deve essere considerato infimo? Non si rischia forse un pregiudizio?

La mia non vuole essere una "critica", ma al contrario una discussione costruttiva, per confrontarsi e sapere se c'è qualcuno (nell'ambito della letteratura, della musica o del cinema) che sta andando in questa direzione oppure no. E sapere se c'è anche qualche altro filosofo/letterato che si pone le mie stesse domande (e magari giunge anche a delle risposte).